Emicrania: accesso equo, nuovi modelli organizzativi e cure innovative per una patologia invalidante e non riconosciuta nei LEA

Inserire l’emicrania tra le cronicità del Piano Nazionale Cronicità e nei LEA, facilitarne l’accesso all’innovazione e valutare un nuovo finanziamento per i progetti regionali. Questi alcuni dei temi del ‘Progetto Emicrania’ su cui si sono confrontati istituzioni, società scientifiche, professionisti, decisori regionali e nazionali, durante la tavola rotonda ‘Emicrania: una cronicità dimenticata. “Equità di accesso, percorsi prescrittivi e nuove opportunità terapeutiche”, realizzata grazie al contributo incondizionato di Abbvie,Pfizer e Teva, all’interno della Mediterranea School 2026 di Motore Sanità.

L’emicrania rappresenta una delle patologie neurologiche più diffuse e disabilitanti a livello mondiale, con una prevalenza in Italia pari all’11% della popolazione (oltre 6,5 milioni di persone) ed è la prima causa di disabilità tra i 15 e i 49 anni, con un impatto economico che supera i 3,5 miliardi di euro l’anno, con costi diretti e indiretti per la forma cronica che possono raggiungere 13.000 euro a paziente. Nonostante la ricerca scientifica abbia rivoluzionato la gestione dell’emicrania, persistono criticità organizzative e disomogeneità territoriali nella presa in carico dei pazienti, la necessità di estendere la prescrizione in regime di rimborsabilità anche agli specialisti territoriali oltre che ai Centri Cefalee e la difficoltà del paziente ad afferire a questi centri in modo tempestivo. Diventa quindi fondamentale che l’emicrania rientri tra le patologie croniche di rilevanza nazionale e nei LEA e che si valuti la possibilità di rifinanziamento del fondo per progetti regionali dedicati all’emicrania.

“I Percorsi Diagnostico Terapeutici (PDTA) dedicati alle cefalee sono purtroppo garantiti in modo difforme e incostante sul territorio nazionale. Al contrario, avere percorsi dedicati, consentirebbe accesso tempestivo alla diagnosi e alle cure per prevenirne la cronicità. Sarebbe quindi indispensabile il riconoscimento della cefalea cronica come malattia ‘invalidante’ e allo stesso tempo il suo inserimento nei LEA. Un PDTA nazionale uniforme garantirebbe un’implementazione del personale dedicato nei Centri Cefalee ed il coinvolgimento del territorio per la prescrivibilità delle terapie target”, ha detto Marina De Tommaso, Presidente Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC)

“Avere un PDTA a livello nazionale che coinvolga i diversi clinici che entrano in contatto con il paziente affetto da emicrania è fondamentale per intercettarlo a qualsiasi livello della piramide assistenziale. È indispensabile, pertanto, il coinvolgimento non solo dello specialista dei centri cefalee di terzo livello, ma anche dei neurologi territoriali e dei medici di medicina generale. Altra figura professionale da coinvolgere all’interno dei PDTA è senza dubbio il farmacista del territorio a cui frequentemente i pazienti emicranici fanno riferimento per i trattamenti così detti ‘da banco’ come i comuni analgesici. In tal modo si eviterebbe l’automedicazione indiscriminata che porta ai quadri clinici di uso eccessivo di farmaci sintomatici che cronicizzano l’emicrania e la rendono più difficile da trattare”, ha spiegato Antonio Russo, Professore ordinario di neurologia e Responsabile Centro Diagnosi e cura delle cefalee e algie facciali, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli

“In un’ottica di PDTA è importante garantire sostenibilità al Servizio Sanitario Nazionale e al sistema sociale nel suo complesso nel medio e lungo periodo. L’emicrania è associata non solo ad una ridotta qualità di vita e ad una maggiore disabilità ma anche ad un incremento del consumo di risorse sanitarie e del numero di giorni di lavoro persi, oltre al carico per le famiglie per la spesa out of pocket. Proprio per questi motivi un possibile accesso precoce all’innovazione terapeutica oltre a migliorare la qualità di vita dei pazienti, potrebbe ridurre gli accessi al pronto soccorso, le ospedalizzazioni, l’assistenza specialistica/ambulatoriale oltre che diminuire il carico dei costi indiretti”, ha dichiarato Paolo Sciattella, Professore di Economia Sanitaria presso la Facoltà di Economia Università degli Studi di Roma Tor Vergata

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