Tumori e migranti: al Sud diagnosi più precoci, ma la prevenzione resta un ostacolo

Lo studio dell’Istituto Pascale su oltre 78mila pazienti accende i riflettori sulle disuguaglianze sanitarie: tra gli stranieri aumentano i tumori ginecologici nelle donne e quelli di fegato e stomaco negli uomini.
Più giovani rispetto agli italiani, in maggioranza donne e spesso colpiti da tumori legati alla mancata prevenzione. È il profilo della popolazione migrante oncologica emerso dal primo studio italiano dedicato al tema, realizzato dall’Istituto Pascale attraverso i dati della Rete Oncologica Campana.

La ricerca, sviluppata nell’ambito del progetto ONCOCAMP, ha preso in esame 78.119 pazienti adulti con diagnosi di tumore registrati tra il 2022 e l’inizio del 2025. Di questi, 2.583 erano cittadini nati all’estero, pari al 3,3% del totale.

Ma dietro i numeri emerge soprattutto una questione sanitaria e sociale: accesso limitato agli screening, ostacoli linguistici e culturali, percorsi di prevenzione spesso insufficienti.
I pazienti migranti risultano mediamente più giovani: l’età media è di 58 anni, contro i 67 della popolazione italiana. Le donne rappresentano oltre il 74% dei casi, con una prevalenza di pazienti provenienti dall’Europa dell’Est, seguiti da America, Africa e Asia.
Lo studio, pubblicato su BMC public health, evidenza differenze rilevanti nella distribuzione dei tumori.
Tra le donne migranti si registra una maggiore incidenza di tumori ginecologici, soprattutto del tumore della cervice uterina, con un rischio quasi tre volte superiore rispetto alle italiane. Più frequenti anche i tumori dell’ovaio e dell’endometrio.
Negli uomini stranieri, invece, risultano più diffusi il tumore dello stomaco e il carcinoma epatocellulare. Nella popolazione migrante si osservano inoltre percentuali più elevate di tumori del colon e del sistema nervoso centrale, mentre risultano meno frequenti melanoma e sindromi tumorali ereditarie.
“Il quadro è strettamente collegato alle difficoltà – dice Elisabetta Coppola, ricercatore sanitario del Pascale e prima firma dello studio – nell’accesso alla prevenzione. La maggiore diffusione dei tumori ginecologici sarebbe infatti associata alla scarsa adesione agli screening e alla vaccinazione contro il Papillomavirus (HPV). Per i tumori del fegato e dello stomaco incidono invece infezioni come epatiti virali ed Helicobacter pylori, spesso non diagnosticate o non trattate nei Paesi d’origine”.
Per gli specialisti del Pascale, tra i firmatari dello studio il direttore scientifico, Alfredo Budillon, la ricerca rappresenta anche la prova di come una rete oncologica digitalizzata possa diventare uno strumento strategico non solo per la cura, ma anche per la ricerca e il monitoraggio delle disuguaglianze sanitarie.
“L’obiettivo ora è costruire interventi sempre più mirati: campagne di screening dedicate, mediazione linguistica e culturale, maggiore integrazione tra territorio e centri specialistici. Una sfida decisiva – sottolinea Sandro Pignata, coordinatore scientifico della Rete Oncologica Campana – per ridurre le barriere alle cure e rendere la prevenzione davvero accessibile a tutti”

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