L’ultimo sondaggio Nomisma per UniSalute ha indagato le motivazioni che spingono a rinunciare alle visite, abbandonare le cure e ritirarsi a vita privata a causa dei costi crescenti dell’assistenza
L’invecchiamento della popolazione e il progresso della medicina hanno profondamente trasformato il modo in cui affrontiamo la malattia. Se da un lato la speranza di vita continua ad aumentare, dall’altro cresce il numero di persone che trascorrono una parte significativa della propria esistenza con condizioni croniche che richiedono monitoraggi costanti, terapie continuative e un’organizzazione quotidiana complessa. In questo scenario, la capacità dei sistemi sanitari di garantire accesso, sostenibilità e continuità delle cure diventa un elemento cruciale non solo per la salute individuale, ma anche per l’equilibrio sociale ed economico del Paese.
L’ultima indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sanità di UniSalute fotografa una realtà che molti cittadini conoscono fin troppo bene: in Italia si vive più a lungo, ma non necessariamente meglio. A crescere, infatti, non sono gli anni in buona salute, bensì quelli trascorsi convivendo con patologie croniche che richiedono cure costanti e spesso costose. Un peso che, per una quota crescente di persone, si traduce in rinunce significative. Secondo i dati raccolti, il 37% degli italiani affetti da malattie croniche ha dovuto tagliare spese personali negli ultimi dodici mesi, rinunciando a vacanze, cene fuori o acquisti importanti. Una scelta forzata, dettata dalla necessità di far fronte ai costi legati al trattamento della propria condizione. «La gestione di una patologia cronica non è mai un percorso semplice, e quando si sommano visite, esami e farmaci, l’impatto economico può diventare molto rilevante», osservano i ricercatori di Nomisma.
Le note dolenti risiedono nella frequenza delle prestazioni necessarie: nel 40% dei casi, la cura e il monitoraggio richiedono visite specialistiche regolari. Non sorprende quindi che quasi la metà dei rispondenti, il 46%, dichiari di aver effettuato numerose visite – anche più di quattro – nell’ultimo anno, perché previste dal proprio percorso terapeutico. A queste si aggiungono esami specifici e l’acquisto di farmaci, elementi che contribuiscono a far lievitare ulteriormente la spesa sanitaria privata. Un dato particolarmente significativo riguarda proprio il ricorso al settore privato: il 38% dei pazienti cronici si è rivolto almeno in parte a strutture private per visite o prestazioni. Una scelta spesso obbligata, dettata dai tempi d’attesa del servizio pubblico o dalla necessità di non rimandare controlli considerati fondamentali. Tuttavia, non tutti riescono a sostenere questo ritmo. Il 13% del campione ha dichiarato di aver ridotto il numero delle visite negli ultimi dodici mesi, principalmente a causa dei costi elevati delle prestazioni, indicati come motivo principale dal 40% di chi ha tagliato gli esami. A pesare, però, sono anche i tempi d’attesa: il 46% di chi ha ridotto i controlli lamenta proprio questo fattore come elemento disincentivante.
La complessità della gestione quotidiana emerge anche da un altro dato: quasi un paziente cronico su quattro, il 22%, necessita dell’assistenza almeno parziale di altre persone. Un supporto indispensabile, ma che comporta ulteriori costi e un impatto significativo sulla vita familiare. Le patologie più diffuse confermano un quadro epidemiologico noto ma sempre più rilevante: l’ipertensione arteriosa coinvolge direttamente o indirettamente il 44% del campione, seguita da osteoporosi e artrosi (32%), diabete (28%) e malattie cardiovascolari (27%). Si tratta di condizioni che, nella maggior parte dei casi, vengono diagnosticate dopo i 40 anni: accade nell’88% dei casi per osteoporosi e artrosi, nel 76% per ipertensione e malattie cardiache e nel 72% per il diabete. Numeri che evidenziano come la cronicità sia ormai una componente strutturale della vita adulta.
Strumenti innovativi come il telemonitoraggio potrebbero rappresentare un supporto concreto per semplificare la gestione delle patologie croniche. Eppure, l’indagine rivela che solo l’8% dei pazienti utilizza questi servizi, nonostante l’89% di chi li ha sperimentati ne riconosca l’utilità. Il principale ostacolo sembra essere la scarsa conoscenza: il 58% del campione dichiara di non sapere nemmeno che tali strumenti esistano, e quasi la metà, il 48%, afferma che nessuno glieli ha mai consigliati. Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui la cronicità è sempre più diffusa, ma gli strumenti per affrontarla non sono ancora pienamente accessibili o conosciuti. Una sfida che richiede interventi strutturali, investimenti mirati e una maggiore integrazione tra sanità pubblica, privata e innovazione tecnologica. Perché vivere più a lungo non basta: è fondamentale garantire che questi anni siano vissuti con la migliore qualità possibile.




