Perché lo stesso medicinale funziona bene in certe persone e in altre no? La farmacoepigenetica, ha raccontato Alessandro Miani a Fortune Italia, spiega come ambiente, stili di vita e inquinamento riscrivono il modo in cui l’organismo umano risponde alle terapie
Da tempo la medicina personalizzata è parte integrante della pratica clinica. Oggi sappiamo che due persone con lo stesso DNA possono rispondere in maniera diversa allo stesso farmaco. A determinare questa variabilità non è solo la genetica, ma anche, in senso lato, l’ambiente nel quale siamo immersi. Conta dunque quello che mangiamo, l’aria che respiriamo e perfino il nostro livello di stress. È qui che entra in gioco l’epigenetica, una disciplina che possiamo immaginare come il “software” del genoma umano, mentre il cromosoma rappresenta l’hardware. In questo senso l’epigenoma racchiude l’insieme di variabili che accendono o spengono i geni, a seconda delle sollecitazioni esterne. Metilazione del DNA, acetilazione degli istoni e microRNA sono i principali interruttori molecolari che modulano l’attività dei geni. In un articolo sul numero di maggio del magazine Fortune Italia, Alessandro Miani – docente di prevenzione ambientale alla Statale di Milano e presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) – spiega come questi meccanismi possono condizionare più o meno direttamente la risposta ai farmaci.
La domanda dalla quale partiamo è semplice ma cruciale: perché un farmaco può risultare efficace in un paziente e causare effetti collaterali in un altro? La risposta si può cercare nell’epigenoma, che viene continuamente modellato. Inquinamento atmosferico, esposizione a sostanze chimiche, fumo, dieta, stress, qualità del sonno e infiammazioni possono modificare l’attività dei geni che metabolizzano i farmaci. Questo significa che due persone con identico genoma possono avere risposte diverse dallo stesso trattamento. Un concetto che il professor Miani riassume con una frase potente: “Un farmaco non entra mai in un organismo neutro. Entra in un corpo che ha respirato una certa aria, mangiato un determinato alimento, vissuto un certo livello di stress, dormito in un certo modo”. È il punto in cui farmacologia ed esposoma – cioè l’insieme delle esposizioni ambientali e sociali di una persona – si incontrano. Le conseguenze? Se gli enzimi che metabolizzano i farmaci vengono “spenti” o “iperattivati” da modificazioni epigenetiche, medicinali comuni, ad esempio anticoagulanti o statine, possono risultare meno efficaci o accumularsi nei tessuti fino a sfiorare livelli tossici. Lo stesso vale per alcuni farmaci oncologici e cardiologici.
In oncologia, ad esempio, l’epigenoma delle cellule tumorali è profondamente alterato. L’ipermetilazione di geni oncosoppressori può rendere i tumori resistenti al trattamento, mentre altre modificazioni possono “nascondere” le cellule neoplastiche al sistema immunitario, riducendo l’efficacia dell’immunoterapia. Studi condotti sul melanoma mostrano che farmaci epigenetici sperimentali, come gli inibitori delle metiltransferasi, possono riattivare geni silenziati, rendendo la massa neoplastica nuovamente visibile e aggredibile. Anche in cardiologia l’epigenetica cambia le carte in tavola. Fattori come dieta, fumo e stress possono riscrivere l’andamento di questa partita, influenzando l’esito finale delle terapie. Secondo studi pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology, molte di queste modificazioni sono reversibili, e le applicazioni dell’intelligenza artificiale possono contribuire alla comprensione dei fenomeni.
Il messaggio finale del presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale è intuitivo: la salute umana va considerata in una prospettiva One Health, tenendo a mente l’ambiente. Aria, acqua, suolo, alimentazione e condizioni sociali influenzano l’epigenoma e, di conseguenza, la risposta ai farmaci. Per questo, l’Autore propone di valorizzare vieppiù la dieta mediterranea, l’attività fisica, la lotta al fumo di sigaretta, introducendo interventi strutturali per abbattere l’esposizione agli inquinanti, con particolare attenzione ai primi mille giorni di vita, periodo in cui l’epigenoma è più vulnerabile.
Nota per i lettori: questa recensione cita solo una parte delle tematiche trattate da Alessandro Miani nel suo saggio pubblicato su Fortune Italia. Per una visione completa si invita a consultare il testo originale, incluso nel numero 4/2026, mese di maggio, distribuito in edicola e scaricabile anche dal web (www.fortuneita.com/magazine).




