Apnea notturna: l’impatto della scarsa ossigenazione sulla memoria

Una nuova ricerca suggerisce che la carenza di ossigeno durante il sonno REM potrebbe danneggiare i piccoli vasi sanguigni del cervello, compromettendo le funzioni mnemoniche

Una nuova indagine condotta dall’Università di Irvine in California ha rilevato un potenziale collegamento tra l’apnea notturna ostruttiva e la degenerazione di aree cerebrali fondamentali per la memoria. Pubblicato su Neurology®, la rivista dell’American Academy of Neurology, lo studio evidenzia come i bassi livelli di ossigeno nel sangue durante il sonno, in particolare nella fase REM, siano associati a lesioni nei piccoli vasi sanguigni del cervello.

L’apnea notturna ostruttiva è un disturbo del sonno caratterizzato dal rilassamento dei muscoli della gola che blocca periodicamente le vie aeree, provocando brevi risvegli e riducendo i livelli di ossigeno nel sangue. La fase REM del sonno è particolarmente importante per il consolidamento della memoria e l’elaborazione delle emozioni: un’interruzione prolungata in questa fase può avere conseguenze sulla salute cognitiva.

“L’apnea notturna diventa più comune con l’età e può influenzare negativamente il funzionamento del cervello e dell’organismo”, ha spiegato Bryce A. Mander, PhD, ricercatore principale dello studio. “Abbiamo osservato che una bassa saturazione di ossigeno, soprattutto durante il sonno REM, potrebbe essere legata a cambiamenti nella struttura cerebrale che influenzano la memoria.”

Lo studio ha coinvolto 37 adulti con un’età media di 73 anni, nessuno dei quali presentava segni di decadimento cognitivo al momento dell’arruolamento. I partecipanti sono stati monitorati durante il sonno per valutarne i livelli di ossigeno in tutte le fasi, compresa la fase REM. Di questi, 24 presentavano sintomi compatibili con l’apnea notturna ostruttiva.

Attraverso risonanze magnetiche, i ricercatori hanno rilevato la presenza di “iperintensità della sostanza bianca”, ovvero piccole aree luminose nel cervello che indicano possibili danni ai vasi sanguigni. I risultati hanno mostrato che, quando i livelli di ossigeno nel sangue scendevano sotto il 90% durante il sonno, queste anomalie risultavano più frequenti.

L’analisi si è poi concentrata su due aree cerebrali fondamentali per la memoria: l’ippocampo, responsabile della formazione dei ricordi, e la corteccia entorinale, che fa da ponte tra la memoria e le altre funzioni cognitive. Nei soggetti con più lesioni vascolari, queste regioni risultavano ridotte in volume e spessore, segni di una possibile degenerazione. Tale condizione si rifletteva anche nelle prestazioni cognitive: i partecipanti con una corteccia entorinale più sottile ottenevano risultati peggiori nei test di memoria effettuati dopo il sonno.

“Nel complesso, questi risultati possono contribuire a chiarire il possibile ruolo dell’apnea notturna nel favorire il declino cognitivo legato all’età o a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer”, ha dichiarato Mander. Pur non dimostrando una relazione causale, i dati suggeriscono che la qualità del sonno, e in particolare l’ossigenazione cerebrale notturna, potrebbe essere un fattore da monitorare con attenzione nella prevenzione del deterioramento cognitivo.

Gli autori sottolineano che il campione dello studio era composto principalmente da soggetti bianchi e asiatici, e che i risultati dovranno essere confermati su popolazioni più eterogenee. La ricerca è stata finanziata dal National Institute on Aging e dalla American Academy of Sleep Medicine Foundation.

Ulteriori studi su campioni più ampi potrebbero aiutare a stabilire se trattare in modo più aggressivo l’apnea notturna in età avanzata possa contribuire a rallentare o prevenire il declino cognitivo. Nel frattempo, la gestione della qualità del sonno resta un obiettivo cruciale per la salute cerebrale a lungo termine.

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