Nuove fragilità nascono dalla pandemia

di Stefano Campostrini
Professore di Statistica Sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

La pandemia ha portato nuove fragilità, ora è importante dare le risorse a chi ha più bisogno per non lasciarlo indietro.

La triste e lunga fila di morti e malati non è l’unico pesante impatto che la pandemia Covid-19 ha portato a quasi tutti i Paesi del globo sono nate infatti nuove fragilità.
La malattia, assieme alle necessarie quanto pesanti misure per contenerne la diffusione, hanno impattato sulla società molto negativamente e con modalità che, anche se solo in parte studiate per il perdurare del periodo pandemico, si iniziano a manifestare in tutta evidenza.
Anche la stessa crisi economica scatenata dalla pandemia non ha colpito in maniera uniforme, né territorialmente, né, come noto, tra i diversi settori.
Cercando di procedere, per motivi di sintesi, attraverso parole chiave, proviamo a descrivere questi impatti sulla società italiana.

Aumento ed estensione della fragilità.

E’ questo anche un cappello ai punti successivi.
Le nostre benestanti società avevano prodotto, in forme crescenti anche negli anni pre-Covid, forme di marginalizzazione che non hanno consentito a sottogruppi di popolazione di partecipare al progresso economico e sociale degli ultimi decenni.
Alcuni sono stati poi ad un tratto esclusi per un evento (salute, lavoro o altro) che ha modificato la loro esistenza. Le diseguaglianze, di reddito, cultura e salute sono aumentate. La pandemia, per numerosi aspetti, ha acuito queste fragilità aumentandole tra i più fragili e incrementando il numero di questi.

Aumento dell’isolamento e marginalizzazione.

Le misure di distanziamento fisico hanno immancabilmente prodotto anche forme di isolamento sociale che hanno toccato tutti, ma hanno assunto forme “patologiche” per chi già si trovava relativamente marginalizzato.
Alcuni di noi hanno continuato a lavorare e avere rapporti sociali sfruttando le tecnologie, hanno rafforzato legami affettivi di parentela e vicinato, diversi, invece, non hanno avuto queste possibilità perché non “collegati”, perché già vivano fragilità familiari e/o vivevano in contesti in cui il vicinato non fa “comunità”.

Aumento della povertà.

I primi numeri del 2020 parlano chiaro: se la grande crisi economica aveva incrementato le povertà e solo gli ultimissimi anni avevano visto una ripresa, il 2021 ha visto un drammatico nuovo aumento, colpendo ancora una volta le categorie che già la crisi aveva più colpito (donne e giovani), ma anche nuove fasce: ad esempio la povertà è salita molto più al Nord (in cui la povertà era molto meno presente) che al Sud. Ovviamente questi problemi si legano a quelli del campo lavorativo, notoriamente molto provato, in particolare, nuovamente, per donne e giovani.

Problemi nel campo educativo.

Se la didattica a distanza è stata una valida risposta di ripiego, certamente, soprattutto per gli studenti più giovani, un periodo così prolungato ha nuociuto allo sviluppo ed inoltre ha escluso quanti, per diversi motivi, avevano difficoltà di “connessione”, tipicamente giovani in famiglia già più fragili di per sé, aumentando così le diseguaglianze.
Tra gli impatti sulla società non vanno infine dimenticati quelli derivanti da problemi di salute mentale, oggi solo ipotizzati, ma che andranno anche questi opportunamente misurati per offrire puntuali risposte.
Diverse sono le misure e le politiche che si stanno mettendo in campo per mitigare gli effetti della pandemia sulla società e per riparare ai danni. Il successo di queste dipenderà dalla capacità di andare in maniera capillare a livello locale (partendo necessariamente dal livello europeo e nazionale), targetizzando opportunamente i diversi strati della popolazione.
Un principio per tutti va ribadito: l’equità non è dare le stesse risorse a tutti, ma darne a chi ne ha più bisogno in modo che questi possano avere le stesse possibilità che altrimenti sarebbero negate dalla condizione di fragilità in cui versano.

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