Al convegno nazionale della Statale di Milano presentati nuovi dati sull’impatto clinico delle interazioni indesiderate nelle terapie anticancro e sull’urgenza di un approccio più consapevole e multidisciplinare
La complessità delle cure oncologiche moderne ha trasformato la gestione dei farmaci in un terreno sempre più delicato. L’introduzione di terapie innovative, l’allungamento della sopravvivenza e la necessità di trattare sintomi e comorbidità hanno reso la politerapia una condizione quasi inevitabile per molti pazienti. In questo scenario, le interazioni farmacologiche rappresentano una sfida crescente per i clinici e un fattore di rischio spesso invisibile per chi affronta un percorso terapeutico già di per sé impegnativo. Comprendere, prevenire e gestire queste interazioni è oggi un elemento cruciale per garantire sicurezza, efficacia e qualità di vita.
Due terzi dei pazienti oncologici in trattamento attivo sono esposti al rischio di interazioni farmacologiche, un dato che da solo restituisce la dimensione di un problema ancora poco percepito nella sua gravità. Quando queste interazioni si manifestano in forma severa, possono essere responsabili del 2% dei ricoveri ospedalieri e contribuire fino al 4% dei decessi nelle persone colpite da tumore. Numeri che emergono dal convegno nazionale “Le interazioni farmacologiche nella gestione del rischio clinico: guida ragionata nel percorso decisionale (e all’etica della scelta)”, ospitato oggi dall’Università Statale di Milano.
“Nella cura del cancro, il rischio di interazioni farmacologiche è aumentato dall’uso concomitante di farmaci di supporto come antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi”, ha spiegato Gianluca Vago, direttore del Dipartimento di oncologia ed emato-oncologia (Dipo) della Statale. Una combinazione che, pur necessaria per gestire gli effetti collaterali delle terapie, può alterare profondamente il profilo di sicurezza dei trattamenti. “L’elevata prevalenza della politerapia nei pazienti oncologici pone una serie di sfide uniche, perché è in grado di compromettere l’efficacia e la sicurezza delle cure anti-cancro, portando a una riduzione dell’effetto terapeutico o a eventi avversi inaspettati”, ha aggiunto Vago. Secondo il docente, queste reazioni non solo possono essere gravi, ma “impongono un onere significativo al Servizio sanitario nazionale, per l’aumento dei ricoveri ospedalieri, della morbilità e della mortalità”.
La crescente disponibilità di nuove molecole antitumorali orali ha ulteriormente ampliato il campo delle possibili interazioni. Questi farmaci, spesso caratterizzati da meccanismi d’azione mirati e da profili metabolici complessi, richiedono una gestione attenta e personalizzata. Uno studio condotto su oltre 5.600 casi di interazioni farmacologiche ha evidenziato che le terapie mirate rappresentano il 63% delle interazioni osservate, contro il 21% degli agenti citotossici tradizionali e il 19% delle terapie ormonali. Una proporzione che riflette l’evoluzione dell’oncologia contemporanea, sempre più orientata verso trattamenti di precisione ma anche più vulnerabile a interferenze farmacologiche.
In questo contesto, il ruolo dei Patient Reported Outcome (Pro) diventa centrale. “I Pro sono strumenti importantissimi nella valutazione dei trattamenti anticancro e della qualità di vita, perché aggiungono i dati riferiti direttamente dai pazienti, senza alcun filtro, ampliando le conoscenze sul valore delle terapie”, ha sottolineato Gabriella Pravettoni, ordinaria di psicologia delle decisioni alla Statale di Milano e direttrice della divisione di psiconcologia dello IEO. Secondo Pravettoni, la tempestività nella raccolta di queste informazioni è un elemento chiave per intercettare precocemente segnali di interazioni o effetti indesiderati, migliorando la capacità dei clinici di intervenire in modo mirato.
Il convegno ha messo in evidenza come la gestione delle interazioni farmacologiche richieda un approccio multidisciplinare, che coinvolga oncologi, farmacologi, psicologi, infermieri e specialisti della gestione del rischio clinico. La crescente complessità delle terapie, unita alla fragilità dei pazienti oncologici, impone una visione integrata e una maggiore attenzione ai dettagli che possono fare la differenza tra un trattamento efficace e un evento avverso evitabile.
In un’epoca in cui la medicina, e nella fattispecie l’oncologia, sta vivendo una trasformazione profonda, la consapevolezza del rischio farmacologico rappresenta un tassello essenziale per garantire cure più sicure e personalizzate. La sfida, come emerso a Milano, non è solo scientifica ma anche culturale: riconoscere che la sicurezza terapeutica passa attraverso un ascolto più attento dei pazienti, una valutazione rigorosa delle terapie concomitanti e una collaborazione sempre più stretta tra tutte le figure coinvolte nel percorso di cura.




