Gli specialisti della Società Italiana di Nefrologia raccomandano la dialisi peritoneale come valida alternativa all’emodialisi ospedaliera nella malattia renale cronica
La malattia renale cronica colpisce milioni di persone nel mondo, spesso senza dare segnali nelle fasi iniziali, e si intreccia con le principali patologie croniche del nostro tempo, dal diabete all’ipertensione. In un contesto di invecchiamento demografico e crescente pressione sui sistemi sanitari, la capacità di individuare percorsi terapeutici efficaci, sostenibili e compatibili con la qualità della vita dei pazienti è diventata una priorità strategica. È in questo scenario che si inserisce il dibattito sulla dialisi e sulle sue diverse modalità, un tema che oggi torna al centro dell’attenzione scientifica e istituzionale. La Società Italiana di Nefrologia (SIN) ha scelto la Giornata Mondiale del Rene del 12 marzo per lanciare un messaggio lineare: la dialisi peritoneale deve diventare la terapia di prima linea per i pazienti con malattia renale cronica in stadio avanzato. A Roma, per gli Stati Generali della Dialisi Peritoneale, gli specialisti hanno acceso i riflettori su una metodica che, pur offrendo vantaggi clinici, economici e sociali, rimane ancora poco utilizzata in Italia.
I pazienti con nefropatia in Italia sono in crescita per effetto dell’aumentata incidenza di diabete, obesità e ipertensione. Il problema, spiegano gli esperti, è che la patologia decorre spesso in modo silente: i sintomi della malattia renale cronica compaiono solo nelle fasi avanzate, quando la funzione renale è già gravemente compromessa. Eppure basterebbero due esami semplici, economici e non invasivi (creatininemia ed esame delle urine) per intercettare precocemente i segni premonitori e rallentarne la progressione, evitando o ritardando l’ingresso in dialisi. Durante gli Stati Generali a Montecitorio, la SIN ha presentato i risultati del rapporto HTA ALTEMS, che conferma in modo inequivocabile la superiorità della dialisi peritoneale rispetto all’emodialisi ospedaliera. La DP costa il 43% in meno per paziente all’anno e garantisce una qualità di vita significativamente più elevata, con un valore di QALY pari a 1,20 contro 0,94 dell’emodialisi. Lo studio, pubblicato sul Giornale Italiano di Nefrologia lo scorso ottobre, ha alimentato un confronto serrato tra società scientifiche, associazioni di pazienti e istituzioni, riunite grazie alla collaborazione tra SIN, Fondazione Italiana del Rene (FIR), ANED, FORUM Nazionale Associazione Trapiantati e ALTEMS – Università Cattolica del Sacro Cuore, con il supporto non condizionante di Emodial, Fresenius Medical Care, Vantive e Vivisol.
Nonostante le evidenze, in Italia persiste un paradosso: la dialisi peritoneale è utilizzata solo nel 9,5% dei pazienti dializzati. Il 37% delle Unità Operative di Nefrologia e Dialisi non la prescrive affatto e il 22% dei centri tratta meno di dieci pazienti con questa modalità. Una percentuale che rimane sotto il 10%, mentre in molti Paesi europei ed extraeuropei supera il 20%. Le ragioni non sono cliniche, ma organizzative e culturali. “L’analisi HTA rappresenta il gold standard di valutazione delle tecnologie sanitarie in Italia come nel resto del mondo”, ha spiegato Marco Oradei, Responsabile del Laboratorio HTA ALTEMS. “Nel caso della dialisi peritoneale, questa metodologia ha fornito le evidenze più robuste mai prodotte finora. La DP emerge come una tecnologia che crea valore per tutti: per i pazienti in termini di salute e qualità della vita, per il SSN in termini di risparmio economico, e per la società in termini di sostenibilità ambientale. È una vera win-win strategy”. Una posizione condivisa dalla comunità dei medici. “Non è una questione di opinione, ma di evidenza scientifica”, ha sottolineato Luca De Nicola, Presidente della Società Italiana di Nefrologia. “Oggi la SIN è impegnata a trasformare questa evidenza in pratica clinica diffusa, abbattendo le barriere organizzative e culturali che ancora limitano l’accesso a questa straordinaria opportunità terapeutica. Il nostro obiettivo di raddoppiare i pazienti in DP entro cinque anni è ambizioso ma realizzabile, e rappresenta un impegno concreto verso i pazienti con malattia renale cronica. Ovviamente ci auguriamo che i casi di malattia renale cronica siano sempre meno numerosi, grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce e ai trattamenti tempestivi. Le opzioni terapeutiche oggi disponibili, assunte in tempi adeguati, possono infatti ritardare sensibilmente la progressione della malattia e l’ingresso in dialisi”.
Il cambio di paradigma è sostenuto anche dal documento di Linea di Indirizzo AGENAS, che invita le Regioni a incrementare progressivamente l’adozione della dialisi peritoneale, portando l’Italia in linea con gli standard europei. Un percorso che richiede formazione, riorganizzazione dei servizi e una comunicazione più efficace verso pazienti e caregiver. La sostenibilità ambientale è un altro tassello fondamentale. “La DP riduce consumi di acqua, energia elettrica e rifiuti ospedalieri, allineandosi agli obiettivi globali di conservazione del pianeta sottolineati nel World Kidney Day 2026”, ha ricordato Massimo Morosetti, Presidente della Fondazione Italiana del Rene e Direttore dell’Unità Operativa di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale Grassi di Roma. “Lo slogan di quest’anno, Salute Renale per tutti. Vicini alle Persone. Attenti al Pianeta, trova nella dialisi peritoneale una risposta concreta”.
Dal punto di vista dei pazienti, i vantaggi sono evidenti. “La dialisi peritoneale, quando clinicamente indicata e condivisa con pazienti e caregiver, rappresenta da sempre la scelta terapeutica preferibile”, ha dichiarato Giuseppe Vanacore, Presidente ANED. “Essendo una terapia domiciliare, garantisce maggiore autonomia e una migliore continuità lavorativa e sociale rispetto all’emodialisi ospedaliera. I pazienti adeguatamente informati sui benefici clinici e sulla libertà che questa metodica offre la richiedono sempre più spesso”. La dialisi peritoneale, dunque, non è solo una terapia: è un modello di cura che mette al centro la persona, la sua quotidianità e il suo futuro. La sfida ora è trasformare le evidenze in pratica clinica, superando resistenze e disomogeneità territoriali. Perché, come ricordano i nefrologi, la migliore dialisi è quella che permette ai pazienti di vivere, non solo di sopravvivere.





