L’Hiv non è scomparso: ha semplicemente smesso di far rumore. Ma continua a circolare, con nuovi casi pochi ma costanti, e spesso diagnosticati troppo tardi. Se n’è parlato il 10 aprile scorso a Padova al convegno “L’infezione da HIV, l’epidemia silente di cui non si parla abbastanza”, promosso da Motore Sanità con il contributo incondizionato di Viiv Healthcare e il patrocinio dell’Azienda Ospedale Università di Padova, Cittadinanzattiva Regione Veneto, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids e Anlaids Padova.
Si è tornato a parlare di Hiv, l’infezione silente che non scompare. E l’occasione è stato il convegno organizzato a Padova. Tra i relatori intervenuti, Sandro Panese, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive dell’ULSS 3 Serenissima, ha evidenziato come l’andamento dell’infezione da Hiv mostri segnali contrastanti. “I dati del Ministero, aggiornati a dicembre scorso, ci indicano che si tratta di un’epidemia che ha subito una grandissima riduzione, soprattutto dall’inizio degli anni 2000 grazie all’introduzione di nuovi farmaci”, ha spiegato.
Tuttavia, questo calo non ha portato alla scomparsa dell’infezione. “Da allora non si è osservata quella diminuzione verso l’azzeramento che ci si sarebbe aspettati. C’è una tendenza asintotica: i nuovi casi sono pochi, ma costanti. Questo significa che c’è ancora molto lavoro da fare contro questa epidemia, anzi, pandemia”.
Un elemento critico, secondo Panese, è rappresentato dalle infezioni non diagnosticate. “Le persone possono essere portatrici del virus e trasmetterlo senza avere sintomi e senza sapere di essere infette. Questa è una fase epidemiologicamente pericolosa, che va affrontata individuando proprio quei soggetti Hiv positivi che non sanno di esserlo”.
L’esperto ha inoltre sottolineato come, dopo una temporanea diminuzione durante la pandemia da Covid-19 – dovuta anche a ritardi nelle diagnosi e nelle notifiche – si sia registrato un ritorno ai livelli precedenti: numeri contenuti ma stabili.
Cambia anche il profilo dei nuovi casi. “La fascia d’età si è spostata verso valori più alti, intorno ai 45 anni. Questo indica che spesso l’infezione è stata contratta diversi anni prima della diagnosi”. Un dato confermato dall’aumento dei cosiddetti “late presenters”, ovvero pazienti che scoprono di essere HIV positivi solo quando la malattia è già in fase avanzata.
“Il tempo medio tra infezione e comparsa dei sintomi può essere anche di 7-10 anni. Questo significa che chi oggi riceve una diagnosi tardiva potrebbe aver contratto il virus molti anni prima”, ha precisato Panese.
Infine, sul fronte epidemiologico, resta una prevalenza di casi tra gli uomini, con un incremento relativo delle infezioni nella popolazione eterosessuale.
Il quadro delineato dagli esperti durante il convegno è chiaro: i progressi terapeutici hanno trasformato l’Hiv in una patologia gestibile, ma la stabilità dei nuovi casi e il fenomeno delle diagnosi tardive richiamano con forza l’urgenza di rafforzare prevenzione, screening e informazione. Solo così sarà possibile incidere davvero su quella che resta, a tutti gli effetti, un’epidemia ancora presente e troppo spesso sottovalutata.
Sandro Panese, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive dell’ULSS 3 Serenissima




