Esperienze di premorte: dallo studio Neptune agli interrogativi ancora irrisolti dalla scienza

Near death experiences, Nde, ovvero esperienze di premorte: da anni la scienza si interroga per spiegare da un punto di vista della fisiologia dello stress estremo le esperienze riportate da chi ha vissuto un grave evento traumatico o clinico che lo abbiano condotto ai confini con la morte avendo poi la possibilità di tornare indietro e raccontare quello che la sua mente ha registrato. C’è chi racconta una visione di luce, altri un viaggio in un tunnel, altri ancora un’esperienza fuori dal corpo. Le NDE sono esperienze soggettive, riportate da persone che sono state vicine alla morte o in situazioni di grave pericolo. Lo studio scientifico più completo in questo campo è “Neptune” pubblicato lo scorso anno. 
Si tratta di un progetto di ricerca internazionale che mira a comprendere meglio le esperienze di premorte ma ci sono altri studi recenti: uno pubblicato su “Frontiers in Human Neuroscience” ha identificato ad esempio, nei pazienti che hanno avuto un NDE, una maggiore attività cerebrale nella corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile del pensiero e del ragionamento. Un altro studio ha rilevato che le NDE possono essere associate a cambiamenti significativi nella vita delle persone, come un maggiore apprezzamento per la vita e una riduzione della paura della morte. Alcune teorie suggeriscono che le NDE possano essere causate da un’attività cerebrale anomala durante la fase di ipo-ossigenazione o di stress estremo, altre teorie ancora ipotizzano che la liberazione di neurotrasmettitori come endorfine, la serotonina e la dopamina possa contribuire alle esperienze di NDE. 
Una nuova e recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Psychology of Consciousness: Theory, Research and Practice, rimette in gioco alcune di questi studi considerandoli insufficienti per spiegare alcune di queste esperienze. Questo studio, condotto da due ricercatori dell’Università della Virginia, contiene una revisione critica dello studio Neptune – presentato nel 2025 su Nature Reviews Neurology da un team internazionale – e conclude che, pur rappresentando un tentativo rigoroso e innovativo, esso non riesce a spiegare in modo completo alcune delle caratteristiche più significative e documentate delle NDE. Lo studio Neptune spiega le esperienze di premorte con una combinazione di meccanismi neurofisiologici e psicologici: alterazione dei gas ematici cerebrali, rilascio di endorfine, attività del lobo temporale, intrusioni del sonno REM e variazioni dell’attività elettrica cerebrale in condizioni di stress estremo o pre-morte. Gli autori del nuovo studio pur riconoscendo il valore per profondità e rigore dello studio Neptune considerano tuttavia alcuni aspetti non pienamente spegabili. Diverse NDE avrebbero caratteristiche difficilmente riconducibili a semplici allucinazioni o a disfunzioni cerebrali transitorie. In particolare il racconto di una osservazione esterna al corpo magari mentre i medici si affannavano ad eseguire le manovre rianimative. Oppure la visione della sala operatoria dall’alto e dall’esterno, mentre i chirurghi eseguivano un intervento chirurgico. Esperienze extracorporee in cui, il dettaglio di particolari verificabili, la nitidezza dei racconti e la dovizia di dettagli rimandano a alla percezione di realtà durante un periodo di incoscienza ma con conferme a posteriori difficili da spiegare con alterazioni della fisiologia o le tipiche allucinazioni neurologiche. D’altro canto le NDE sono esperienze soggettive e quindi difficili da verificare e studiare scientificamente. Alcuni critici sostengono che le NDE possano essere il risultato di fattori psicologici o culturali. Le NDE sarebbero spesso innescate da eventi fisici estremi ma i correlati fisiologici non sono insomma sufficienti a spiegare l’intera fenomenologia ed è dunque necessario un approccio più aperto, integrando dati clinici, neuroscientifici e teorici, senza escludere modelli alternativi della coscienza. Le critiche al modello NEPTUNE si concentrano sul ruolo attribuito alla giunzione temporoparietale e al lobo temporale nelle esperienze di premorte (NDE). Gli autori Greyson e Pehlivanova sottolineano che le esperienze indotte sperimentalmente tramite stimolazione elettrica o osservate in pazienti con epilessia del lobo temporale sono frammentarie e confusionali, a differenza delle NDE che sono invece coerenti e realistiche. Anche le esperienze indotte farmacologicamente (ad esempio, con ketamina o DMT) differiscono dalle NDE per durata, struttura e intensità del ricordo. Alcuni casi suggeriscono che l’esperienza cosciente possa verificarsi quando l’attività cerebrale è gravemente compromessa. Del resto gli studi sull’attività elettrica nel cervello morente non forniscono prove dirette di un legame causale tra pattern Eeg e l’esperienza soggettiva delle NDE. In sintesi, la scienza non ha ancora una spiegazione definitiva per le NDE ma le ricerche suggeriscono che possano essere il risultato di un’attività cerebrale anomala o di altri fattori neurofisiologici.

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