Ridare alla medicina generale il vero ruolo di prossimità e fiduciario nel servizio sanitario nazionale

Intervista a Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG.

Rapporto fiduciario, prossimità, accompagnamento e lavorare in rete perché i medici di famiglia non possono lavorare da soli. Ma anche: ridare dignità alla medicina generale con un potenziamento della formazione e utilizzare l’ultimo anno di medicina per indirizzare il lavoro del medico. E ancora: no alle case di comunità come sono concepite ora, sì all’ospedale di comunità; e telemedicina non per le case di comunità ma per la prossimità al domicilio. Alla Winter School di Napoli, organizzata da Motore Sanità, la Federazione nazionale dei medici di medicina generale ha chiarito quello che servirebbe per ridare alla medicina generale il vero ruolo di prossimità e fiduciario nel servizio sanitario nazionale, partendo da un primo passo: parlare all’interno dei sistemi di governance.

Così Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG. “Se in questo Paese vogliamo che nel servizio sanitario nazionale rimanga il valore della medicina generale, non possiamo che partire dai principi di prossimità e di fiduciarietà ovvero della scelta del cittadino del proprio medico. E’ chiaro che questa scelta oggi va arricchita nella possibilità di un lavoro dei medici in team che significa confrontarsi, migliorare le proprie prestazioni a favore dell’assistito e fare progetti di maggiore complessità che vadano anche verso l’uso della telemedicina”.

Una telemedicina, secondo Scotti, “che non può che essere nello studio del medico e che crei un percorso paziente-medico-medico, in cui c’è un medico in presenza (fiduciario) che trasferisce allo specialista oltre ai dati significativi che gli occorrono per fare una consulenza immediata, anche il senso di fiducia che il medico di famiglia ha nei confronti del suo paziente, e credo che questo garantisca il secondo livello anche sul piano medico legale”.

Sui modelli organizzativi Scotti ha aggiunto: “La casa di comunità per come oggi è concepita in termini di numeri, se non si potenziano gli spokes, vale a dire i piccoli gruppi della medicina generale, non ha ragione di essere. Credo che questo progetto debba essere più evoluto rispetto alle funzioni sulla complessità assistenziale. La casa di comunità è la sede dove si organizza l’assistenza per i pazienti complessi, in sede se questi sono trasportabili, e dove si confrontano i professionisti e le tecnologie per migliorare”.

Infine, la formazione: “Dobbiamo tendere ad una formazione più agile dei medici, alla capacità che l’Università li prepari a essere medici totipotenti, a evitare un eccesso di iperspecializzazione che alla fine sta sottraendo risorse all’assistenza e che nell’ultimo periodo, in considerazione anche dele scarse economie, fa scegliere ai giovani le aree più retribuite e meno rischiose”.

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